Recensione: “La porta di Merle”

La porta di Merle è un libro che ci ha fatto emozionare, arrabbiare, ridere e piangere. Cosa chiedere di più? Non sullo stesso livello di “Io & Marley“, dato che le conoscenze cinofile di Ted Kerasote sono molto superiori alle buffe improvvisazioni di John Grogan.

Mi verrebbe da dire che si può imparare qualcosa da questo libro, ma purtroppo molte delle esperienze riportate (è una storia vera), sono applicabili esclusivamente a contesti rurali e americani. Con la cultura cinofila italiana, e soprattutto con i nostri ambienti urbani, non è proprio fattibile.

Lezioni da un cane libero pensatore. La trama

Merle e Ted Kerasote si sono incontrati nel deserto dello Utah. Merle era poco più che un cucciolone di dieci mesi, ed era stato probabilmente abbandonato.

Ted aveva quarant’anni, scriveva articoli e saggi sugli animali. Dopo il “colpo di fulmine” fra i due, Merle si è subito trasferito nella casa di Ted nel Wyoming, una zona prevalentemente rurale, e Ted ha fatto installare una porta che permettesse a Merle di andare e tornare a suo piacere, completamente libero.

In questo modo Ted è riuscito instaurare con Merle un rapporto unico che ha insegnato molto a entrambi. Hanno infatti imparato che non si tratta solo di lasciare una porta aperta, quanto piuttosto di lasciare spazio alle emozioni e alle decisioni uniche di ognuno di loro, ovvero: ricetta per la felicità.

Opinioni

Una cosa va precisata fin dall’inizio: Ted Kerasote è un cacciatore. Se l’avessi saputo fin dall’inizio probabilmente non avrei mai iniziato a leggerlo, e avrei commesso un grosso errore. Questa scoperta, dopo circa 80 pagine, mi ha portato a interrompere la lettura per circa un mese (indignato).

Dopo averlo ripreso ho scoperto che in realtà, anche se odio la caccia, Ted non la vive come uno sport (anche se si diverte). Va a caccia per procurarsi lo stretto indispensabile per nutrire se stesso e il cane, e conserva il resto in un congelatore.

Questo comportamento non è tanto diverso da chi compra carne al supermercato. Comunque sia, ammetto che il rifiuto della caccia sia un mio problema, e non so se possa infastidire molta altra gente, ma credo sia opportuno precisarlo fin dall’inizio.

Il libro è scorrevole e piacevole. L’importante messaggio che vuole far passare è che un cane è un individuo unico con proprie emozioni e sentimenti. Se lasciato libero di scegliere prenderà delle decisioni non sempre comprensibili dal nostro punto di vista, ma coerenti con la sua natura.

Questo concetto della porta aperta sul mondo, è praticabile in posti come il Wyoming, o qualche piccolo comune dell’entroterra italiano ancora “naturale”. Immaginare libertà assoluta per i cani nelle grandi città è invece impensabile.

Non solo per tutti i pericoli a cui andrebbe incontro, ma anche per la diffidenza e l’intolleranza della maggior parte della gente.

In alcuni passaggi Ted Kerasote, prendendo spunto da situazioni di vita reale, apre lunghe parentesi per parlare in modo esaustivo di aspetti di psicologia del cane ed etologia.

Non sappiamo esattamente come abbia reperito queste informazioni, ma anche se a volte interrompono la narrazione in modo troppo brusco, sono preziose fonti di informazioni che non possono che accrescere la cultura cinofila del lettore. Non si spiega però il fatto che a un certo punto arrivi a utilizzare il collare elettrico.

Fra contraddizioni evidenti, e scelte di vita diverse e parzialmente condivisibili, rimane un libro piacevole da leggere, scorrevole e decisamente ben scritto.

Nell’insieme, la lettura è assolutamente consigliata, se non altro per il doppio “colpo” nel finale che probabilmente strapperà una lacrima o lascerà un velo di tristezza anche a voi.

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